Il gruppo l'Espresso pronto a cedere lo stabilimento di stampa

giovedì 15 ottobre 2009
02/10/2009
Dopo Rusconi, Rcs e Mondadori un altro grande editore italiano starebbe studiando la cessione o comunque l'ingresso di un partner industriale per i suoi impianti di stampa. Si tratterebbe del gruppo Editoriale l'Espresso che fa capo a Carlo De Benedetti. La società in questione è la Rotocolor di Roma in cui a luglio, dopo la firma dell'accordo con i sindacati, è stata integrata anche la Rotonord. Il centro stampa dell'Espresso dispone di quattro rotative rotocalco con le quali stampa i magazine di casa, dall'Espresso agli allegati al quotidiano La Repubblica.

E' ormai qualche anno, però, che più di un editore, fatti quattro conti, ha deciso di dismettere o comunque affidare il controllo azionario e la guida operativa della parte grafica a gruppi del settore. E' successo nel 2001 con la cessione da parte della Rusconi della Rotocalcografica italiana di Cinisello al gruppo Pozzoni. Poi è stata la Rcs a siglare l'accordo che ha portato alla realizzazione del moderno centro stampa di Eurogravure che fa capo per il 70% ad Arvato-Bertelsmann e al 30% alla società editrice del Corsera. Quindi, ultima in ordine di tempo, la maxi operazione che ha portato nell'ultimo anno la Mondadori a cedere la quota di maggioranza di Mondadori Printing sempre al gruppo Pozzoni.

E proprio Pozzoni, che con quattordici impianti rotocalco (sei a Verona, quattro a Melzo e quattro a Cinisello) è uno dei principali operatori del settore in Europa mentre in Italia ha come competitor Erogravure (mentre posizione meno forti sono occupati dalla Rotoalba, che stampa Famiglia Cristiana e la Ilte) sarebbe stato interpellato dai vertici dell'Espresso per sondare l'eventuale disponibilità ad aprire una trattativa per Rotocolor. In questa fase comunque si sarebbe fermi solo a un classico giro d'orizzonte che non ha escluso di sondare altri possibili partner, compresa, si dice, la Rotolito Lombarda di Paolo Bandecchi, che un piede nel rotocalco l'ha messo acquisendo qualche anno fa la società che stampa la Settimana Enigmistica. Ma rumors di mercato dicono che verso il centro stampa dell'Espresso si sarebbero manifestati interessi anche di importanti gruppi europei e in particolare olandesi. In attesa di capire come evolveranno le eventuali trattative, viene confermata, complice anche la crisi del mercato, la strategia degli editori di cedere a terzi i centri stampa e la sempre maggior convenienza economica e concorrenza che al rotocalco è stata mossa dalle nuove rotative offset a 64, 72 e dalla sola 96 pagine in funzione da Mazzucchelli a Seriate

BATTAGLIA DI CARTA

Vi propongo il contributo di Marco Gambaro, pubblicato oggi sulla pagina opinioni del Corriere della Sera

Nonostante la crisi dei quotidiani statunitensi venga letta soprattutto in relazione alla disponibilità gratuita delle notizie su Internet e allo sviluppo della rete come mezzo pubblicitario, molte battaglie si giocano ancora sui terreni tradizionali. Sia Wall Street Journal che New York Times hanno annunciato di voler aprire delle edizioni locali nella regione di San Francisco dove il Chronicle, che nel 2008 ha perso 50 milioni di dollari, è candidato alla vendita o alla chiusura e intanto ha ridotto la copertura redazionale.



Se effettivamente chiudesse la Baia resterebbe senza quotidiani a pagamento visto che l'Examiner è passato qualche tempo fa alla distribuzione gratuita. La Baia rappresenta l'area fuori dalla città di origine dove sia il Journal che il Nyt vendono il maggior numero di copie, rispettivamente 98 mila e 49 mila giornaliere. Con l'aggiunta di un po' di pagine locali potrebbero intercettare lettori e inserzionisti pubblicitari, sfruttando le economie di scala della loro edizione nazionale per la quale i costi fissi sono già spesati.



La notizia va inquadrata nell'organizzazione del mercato dei quotidiani Usa che è fortemente radicato nella dimensione locale e dove i quotidiani nazionali sono una rarità. Dopo un lungo percorso di consolidamento sono rimasti circa 1.400 quotidiani che nella quasi totalità sono monopolisti nella città di edizione. Solo le grandi metropoli hanno più di una testata e a differenza del mercato italiano ed europeo quasi nessun giornale cerca lettori e raccoglie pubblicità fuori dalla sua città.



Del resto i quotidiani hanno abbandonato da tempo l'idea di competere per la pubblicità nazionale, che viene intercettata soprattutto da televisione e periodici, mentre si concentrano su quella locale che rappresenta oltre l'80% della loro raccolta. Il calo dei lettori e della pubblicità mette in crisi le testate più deboli e chi ha le spalle più larghe cerca di sfruttare i propri punti di forza, in questo caso il marchio e le grandi redazioni nazionali, anche modificando il modo tradizionale di fare i giornali. La Baia potrebbe costituire il laboratorio di una riorganizzazione dell'industria dei quotidiani.



Marco Gambaro
LA MEMORIA NON SERVE QUASI PIU'
Come vivremo tra 15 anni? Come cambieranno le nostre abitudini in un mondo sempre più tecnologico e velocizzato? Difficile fare previsioni. Però un’idea possiamo farcela se solo pensiamo a quanto è cambiato il mondo negli ultimi 15 anni. Quante cose sono state “uccise” o rese obsolete da internet? Il Telegraph si è divertito ad elencarne alcune: il televideo, gli elenchi del telefono, gli album fotografici, le lettere e le cartoline, i negozi di musica, le riviste e i dvd pornografici. Perfino il “mestiere più antico del mondo”, la prostituzione, ha progressivamente abbandonato le strade per mettersi in mostra nelle più confortevoli stanze virtuali che evidentemente assicurano contatti soddisfacenti con i clienti.
Profondamente cambiato anche il rapporto tra i cittadini e l’informazione: in qualsiasi angolo del mondo ci troviamo è sufficiente un computer o un cellulare per accedere alle notizie di casa nostra. Non sono solo gli oggetti ad essere spariti, anche le nostre abitudini sono cambiate: difficile ormai ascoltare un cd dall’inizio alla fine, la musica digitale ha esaltato le playlist che consentono una sequenza di singoli brani di nostro gradimento. Perfino la nostra memoria non è più la stessa: prima di internet e dei cellulari ricordavamo a memoria numeri di telefono, date, ricorrenze, citazioni. Oggi ogni sforzo mnemonico ci appare superfluo: tutto quello di cui abbiamo bisogno è già nella rete, pronto ad essere evocato in ogni momento, con un semplice click.
01/10/2009
Il web prima fonte per le news
Scritto da: Marco Pratellesi

Per l'82% degli internauti il web è la più importante fonte di news, seguito dalla televisione (63%), dal cellulare (48%), dalla radio (48%) e dai quotidiani (36%). Questi i risultati dell’indagine commissionata dall'Ordine dei Giornalisti della Lombardia ad Astra ricerche e presentata in occasione del convegno sul “Futuro del giornalismo” che si è tenuto all'Università Statale di Milano.
Per il 52% del campione l'uso di web e cellulari non ha ridotto la fruizione dei media tradizionali. Ad essere più penalizzati sono i quotidiani, seguiti dai periodici e dalla televisione. La radio è invece il mezzo di informazione meno colpito dalle news sul web. L'uso di internet e del cellulare è comunque in aumento: il 65% degli intervistati dalla ricerca afferma di utilizzare questi strumenti più di un anno fa.
Infine il 21% di chi usa internet si dichiara favorevole a pagare per avere news sul web, una platea stimata dalla ricerca in 3,1 milioni di persone.
I naviganti invecchiano. Altro dato interessante emerso dalla ricerca è che a navigare in rete non sono più principalmente i ragazzi, anzi. In Italia il 53% di chi va su internet ha fra i 35 e i 55 anni. Secondo lo studio il 47% dei navigatori ha fra 14 e 34 anni, il 29% fra i 35 e i 44 anni e il 24% fra i 45 e i 55 anni. Altro dato riguarda il titolo di studio: chi naviga ha una cultura più alta della media: il 59% infatti è diplomato e il 32% laureato. “Ormai internet - ha osservato il presidente di Astra, Enrico Finzi - è un mondo adulto”.
Servono regole anche sul web. Al convegno ha partecipato il presidente della Fieg, Carlo Malinconico, che ha illustrato una situazione “pesante e molto critica”. “Il mercato editoriale è in grave crisi, la pubblicità va malissimo anche se migliora solo su internet”, ha spiegato. Malinconico ha affrontato anche uno dei temi “caldi” dell’informazione online: la diatriba che vede contrapposti Google news e la Fieg che si è rivolta all'autorità della concorrenza.
“Non trovo corretto che chi crea un contenuto non si veda arrivare neanche una briciola, è scorretto anche eticamente». La tesi degli editori è che il motore di ricerca genera pubblicità ma nulla viene riconosciuto a chi ha messo in rete gli articoli che vengono cercati attraverso il motore. “È una questione di equità” ha detto il presidente. “Dobbiamo dire laicamente se ci devono essere delle regole”.